La tradizione del gioiello nelle occasioni più importanti, la sicurezza delle gioiellerie e il rapporto con una clientela costruito attraverso generazioni. Roberta Rossano, Presidente Federpreziosi-Confcommercio Avellino e titolare della Gioielleria Rossano, racconta il ruolo del gioielliere in un mercato che cambia, senza perdere il legame con il territorio e con quei valori che da oltre un secolo accompagnano la sua famiglia. Una storia che passa anche attraverso una continuità al femminile, dalla nonna alla madre fino alla nuova generazione.
Oggi si rileva che la domanda di gioielli regge soprattutto per gli acquisti dal forte valore simbolico e affettivo, in occasioni come battesimi, comunioni e matrimoni. In Irpinia è ancora così?
Sì, assolutamente. Ci sono delle situazioni che vengono comunque suggellate dal gioiello e si mantengono le tradizioni, vuoi che sia l’anello di fidanzamento oppure anche circostanze come la comunione.
Magari si sono associati anche altri tipi di prodotti più tecnologici, però rimane comunque l’idea di un oggetto che possa rimanere nel tempo. Questa è una cosa bella per noi. Rimaniamo comunque custodi della tradizione.
C’è sicuramente un tema caldo che riguarda il mondo delle gioiellerie, quello della sicurezza. Secondo lei come può essere affrontata questa problematica?
Questo è un problema strutturale che noi possiamo gestire relativamente. Una serie di telecamere e tutti questi strumenti possono sicuramente aiutare, perché sono un supporto alle misure di sicurezza che ognuno mette in campo.
Poi è chiaro che anche per il cliente finale diventa uno stress il fatto di pensare che l’oggetto che acquista possa essere indossato tranquillamente ad Avellino – per fortuna qui abbiamo un po’ meno questo problema – ma anche che poi lo debba conservare in una cassetta di sicurezza in banca piuttosto che tenerlo in casa.
Prima questa era una cosa che si faceva con maggiore libertà: ognuno aveva le proprie cose anche senza necessariamente avere un impianto di sicurezza in casa.
È un tema effettivamente sensibile, però non si può neanche terrorizzare il prossimo. Bisogna avere una giusta distanza dalle cose, secondo me, cercando di approfittare di presidi tecnologicamente più avanzati, anche nelle abitazioni. Ci sono, per esempio, i sistemi nebbiogeni e tutta una serie di strumenti che possono essere utilizzati.
È chiaro poi che le zone periferiche sono un po’ più esposte e questo è un problema che andrebbe gestito soprattutto con le Questure. Noi, purtroppo, possiamo fare poco.
Dal 1881, su Corso Vittorio Emanuele II ad Avellino: com’è guidare una delle gioiellerie più antiche della Campania, in un settore storicamente maschile?
La storia della mia famiglia è un po’ particolare. Già mia nonna è stata per noi un esempio insostituibile. In tempi ancora più di oggi, assolutamente di gestione maschile, è stata una vera manager: ha saputo precorrere i tempi e impostare una gestione molto moderna.
Questa cosa poi è stata seguita da mia mamma, che tuttora, a 88 anni, è in gioielleria. Io sono assolutamente fiera di queste donne che mi hanno preceduto e ora c’è mia nipote, quindi mi sembra una cosa bellissima proseguire al femminile.
È vero che è un settore che è sempre stato un po’ più maschile. La figura del gioielliere era quella di mio nonno, perché era la famiglia Rossano. Mia nonna diceva sempre: «Sono un’acquisita». Però, anche se non proveniva dal settore, è stata straordinariamente moderna per i suoi tempi.
Mia nonna e mia mamma ci hanno insegnato soprattutto il gusto per l’oggetto particolare e nuovo. Questo ci ha portato, anche in una città piccola, a diventare un riferimento per clienti che arrivano da fuori regione.
Sapere che oggi c’è anche mia nipote è per me un motivo di grande orgoglio.
C’è un aneddoto legato alla figura di sua nonna che ricorda con particolare piacere?
Mia nonna era una donna gioiosa e accogliente. Ci sono tanti episodi, non so se posso ricordarne uno in particolare, però era veramente un punto di riferimento per tanti.
Ancora oggi vengono in negozio persone che la ricordano. Lei, con il suo filo di perle, mi ingiassava la mattina e veniva in gioielleria, ma aveva proprio questa capacità di rendere tutto molto sereno.
È una cosa che cerchiamo di mantenere: il concetto dell’accoglienza, un po’ del salotto, un luogo dove uno può intrattenersi con semplicità senza necessariamente essere legato all’acquisto. L’acquisto come obiettivo immediato mi sembra sempre una cosa un po’ forzata e antipatica.
Intere famiglie avellinesi sono vostre clienti da generazioni. C’è una storia che le è rimasta particolarmente nel cuore?
Qualche anno fa sono andata a casa di una famiglia di clienti storici. Era venuta a mancare la nonna e mi avevano chiesto, insieme a mia mamma, di valutare alcuni oggetti.
È stato molto emozionante vedere gli astucci e le garanzie scritte da loro.
Oggi siamo quasi esclusivamente dei rivenditori, mentre all’epoca erano artigiani e producevano direttamente gli oggetti. Erano quindi pezzi di fattura del mio bisnonno.
Il papà, tra l’altro, lavorava la tartaruga. C’è proprio una culla dei Borbone che ha applicazioni in tartaruga realizzate da mio nonno.
Anche questo è un motivo di orgoglio: allora c’era un contenuto artistico molto spiccato, che noi tentiamo di continuare nelle nostre scelte, anche se ovviamente non possiamo proseguirlo sotto il profilo strettamente artigianale.








