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Dal fornitore alla vetrina: come comunicare la sostenibilità

Dal 27 settembre si rafforza il Codice del consumo contro il greenwashing. Per oro “etico”, gioielli “responsabili”, diamanti e materiali gemmologici sintetici cambia l’assioma: non tutte le dichiarazioni di sostenibilità hanno lo stesso valore. Un produttore dichiara che il proprio gioiello è “sostenibile”. È sufficiente? E il gioielliere può riprendere quella definizione sul cartellino, sul sito o raccontarla al cliente? È probabilmente questa la domanda più concreta posta dalle nuove disposizioni contro il greenwashing, recepite in Italia con il D.Lgs. 30/2026 e applicabili da ieri, 27 settembre. La risposta richiede una distinzione importante. Un conto è fornire un’informazione specifica e documentabile. Un altro è attribuire genericamente a un prodotto la qualifica di “sostenibile”, “responsabile”, “green” o “eco-friendly”. Altro ancora è utilizzare un marchio o un bollino di sostenibilità. Nel primo caso non esiste un obbligo generalizzato di certificazione indipendente per ogni singola affermazione: il produttore può comunicare una caratteristica specifica del prodotto, purché sia vera, dimostrabile, circoscritta e non induca il consumatore in errore. Dire, ad esempio, che l’oro utilizzato possiede una determinata caratteristica documentata è cosa ben diversa dal definire l’intero gioiello “sostenibile”. La caratteristica di una componente non può infatti essere automaticamente estesa al prodotto nel suo complesso. Ed è qui che espressioni molto utilizzate nel nostro settore, come “oro etico”, meritano qualche domanda in più. Etico perché riciclato? Perché tracciato? Perché proveniente da una determinata filiera? Per le condizioni sociali e di lavoro? Secondo quale standard? La parola, da sola, dice troppo e contemporaneamente troppo poco. Lo stesso ragionamento vale per diamanti e altri materiali gemmologici sintetici. Il fatto che siano prodotti in laboratorio descrive il processo di origine, ma non costituisce di per sé una certificazione di sostenibilità. Se vengono presentati come “green”, “eco-friendly” o ambientalmente preferibili, occorre poter sostenere quella specifica affermazione sulla base di elementi pertinenti. E, naturalmente, neppure il naturale può attribuirsi automaticamente una superiorità ambientale o sociale. Ancora diverso è il caso di bollini e marchi di sostenibilità. Qui la semplice autodichiarazione dell’impresa non è sufficiente: la nuova disciplina richiede che il marchio sia stabilito da un’autorità pubblica oppure basato su un sistema di certificazione conforme ai requisiti previsti, compreso il controllo da parte di un soggetto terzo indipendente. Un riferimento conosciuto dalla nostra filiera è il Responsible Jewellery Council (RJC), con standard che riguardano pratiche responsabili, catena di custodia dei metalli preziosi e, dal 2025, anche materiali prodotti in laboratorio. Ma anche qui occorre evitare automatismi: azienda certificata, materiale certificato e prodotto dichiarato “sostenibile” non sono necessariamente la stessa cosa. Per il gioielliere la conseguenza è molto pratica. Un claim ricevuto dal produttore non dovrebbe essere semplicemente “trasferito” al consumatore senza comprenderne il perimetro. Cartellini, packaging, espositori, cataloghi, sito, e-commerce e social fanno tutti parte della comunicazione commerciale. La domanda da rivolgere al fornitore diventa: “Che cosa posso dichiarare esattamente al mio cliente e su quali elementi posso dimostrarlo?”. Non siamo, peraltro, nel campo delle semplici raccomandazioni. A vigilare sulle pratiche commerciali scorrette è l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) e le sanzioni previste dal Codice del consumo possono arrivare, nei casi previsti, fino a 10 milioni di euro. Il cambio di prospettiva, dunque, è forse più semplice di quanto sembri. Non chiediamoci soltanto se un gioiello sia “sostenibile”. Chiediamoci quale sua caratteristica lo sia, chi lo afferma, su quali elementi si fondi l’affermazione e fin dove possiamo comunicarla al consumatore. Perché dal 27 settembre la differenza è tutta qui: una cosa è dichiarare una caratteristica. Un’altra è trasformarla in una promessa di sostenibilità dell’intero prodotto.

Immagine: Generated AI

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