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Sinergie tra territori: la linea tracciata da Federorafi

Negli ultimi anni il comparto orafo italiano ha dimostrato una straordinaria capacità di competere sui mercati internazionali grazie a un patrimonio unico fatto di competenze, tradizioni produttive e specializzazioni territoriali. Da Arezzo a Vicenza, da Valenza alla Campania, i distretti rappresentano uno degli elementi distintivi del Made in Italy nel mondo. Oggi, però, globalizzazione, innovazione, sostenibilità e ricambio generazionale impongono una nuova sfida: trasformare queste eccellenze in una rete sempre più integrata e collaborativa. Ne abbiamo parlato con Stefano De Pascale, Direttore Generale di Federorafi Confindustria, che racconta il valore strategico delle sinergie tra territori e il ruolo che la federazione svolge nel costruire una visione condivisa per il futuro del settore.

L’Italia può contare su alcuni dei più importanti distretti orafi al mondo. Qual è oggi il valore aggiunto di questa pluralità di territori e competenze all’interno del sistema orafo internazionale?

Il valore aggiunto dei distretti rappresenta una delle caratteristiche più peculiari del sistema manifatturiero italiano. Nel corso dei secoli lo sviluppo dell’oreficeria e della gioielleria è cresciuto insieme ai territori che hanno saputo creare ecosistemi produttivi capaci di alimentare innovazione, competenze e crescita. I principali distretti italiani sono nati proprio grazie a questa simbiosi tra imprese, professionalità e tradizioni locali. Arezzo, Vicenza, Valenza e la Campania nel suo complesso rappresentano esempi straordinari di questa realtà. È una peculiarità riconosciuta a livello mondiale e costituisce uno dei principali punti di forza del settore orafo italiano.

Per molti anni i distretti hanno sviluppato identità e specializzazioni differenti. Oggi, in un mercato sempre più globale e competitivo, quanto è importante costruire sinergie e collaborazioni tra i diversi poli produttivi?

È fondamentale. Ogni distretto deve continuare a mantenere la propria identità, ma oggi è sempre più necessario sviluppare collaborazioni e nuove opportunità condivise. Gli eventi fieristici, le iniziative territoriali e i momenti di incontro favoriscono quella che definisco una “fertilizzazione incrociata” tra i diversi poli produttivi. Grazie a questa permeabilità i distretti hanno potuto acquisire competenze, tecnologie e professionalità che hanno contribuito alla crescita complessiva del comparto. È proprio questa capacità di dialogare e contaminarsi reciprocamente che ha reso i distretti italiani leader in Europa e, in alcuni casi, nel mondo.

Federorafi svolge un ruolo di raccordo tra imprese e territori. Quali iniziative stanno favorendo una maggiore integrazione tra i distretti?

Una delle peculiarità di Federorafi è proprio il riconoscimento concreto del ruolo dei distretti. Non si tratta soltanto di una dichiarazione di principio. All’interno della federazione, infatti, i principali distretti hanno una propria rappresentanza diretta e autonomia nell’individuare i propri rappresentanti negli organi nazionali. Questo permette da un lato di valorizzare le specificità territoriali e dall’altro di costruire una visione condivisa a livello nazionale. La federazione riceve costantemente informazioni, esigenze e progettualità dai territori e le trasforma in azioni e strategie comuni. È un modello che favorisce integrazione e collaborazione reale.

Innovazione, sostenibilità e digitalizzazione richiedono investimenti sempre più importanti. Una maggiore collaborazione tra i distretti può accelerare questi processi?

Assolutamente sì. Non vedo alcuna controindicazione alla collaborazione, soprattutto su temi come innovazione, sostenibilità e digitalizzazione. Anzi, credo che la specializzazione possa diventare un vantaggio competitivo. Un distretto può sviluppare competenze particolarmente avanzate in un determinato ambito e condividerle con gli altri, creando un sistema virtuoso di scambio reciproco. In questo modo si evitano duplicazioni, si ottimizzano gli investimenti e si generano economie di scala che rafforzano l’intera filiera italiana.

Uno dei temi più urgenti riguarda la formazione e il ricambio generazionale. È possibile immaginare una rete nazionale delle competenze che coinvolga scuole, accademie, aziende e territori?

Non solo è possibile, ma è una strada praticamente obbligata. L’inverno demografico e la crescente difficoltà nel reperire personale qualificato rendono indispensabile una strategia condivisa. Dobbiamo costruire percorsi capaci di favorire la trasmissione delle competenze tra generazioni e valorizzare le migliori esperienze formative presenti nei diversi territori. La cosiddetta staffetta generazionale è fondamentale: il sapere di chi va in pensione non può andare disperso. Per questo è necessario superare i confini dei singoli distretti e costruire una vera rete nazionale della formazione, capace di garantire continuità e competitività al comparto.

Guardando al futuro, quale dovrebbe essere il prossimo passo per trasformare i distretti orafi italiani in una rete realmente integrata e competitiva a livello globale?

Probabilmente fare tutti un passo indietro per farne due avanti insieme. In passato esistevano maggiormente gelosie e individualismi che talvolta ostacolavano la collaborazione. Oggi questo atteggiamento è molto meno presente e il percorso verso una maggiore integrazione è già iniziato. Tuttavia, bisogna continuare a lavorare in questa direzione. I nostri concorrenti internazionali possono contare su dimensioni produttive e sostegni governativi che spesso in Europa non esistono. Per questo motivo il sistema italiano deve presentarsi sempre più compatto, condividendo strategie, progettualità e obiettivi comuni. Solo così potremo continuare a mantenere quella leadership internazionale che il settore orafo italiano ha conquistato nel tempo e che oggi è chiamato a difendere e rafforzare.

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