Il caro oro, il cambiamento dei comportamenti d’acquisto e la necessità di ripensare il ruolo della gioielleria sono alcune delle sfide che il dettaglio orafo è chiamato ad affrontare. In un mercato sempre più informato e veloce, la formazione e la capacità di raccontare il valore del prodotto diventano fondamentali per distinguersi. Ma la trasformazione passa anche dalla collaborazione tra le diverse componenti della filiera e dall’adozione delle nuove tecnologie. A sottolinearlo è Stefano Andreis, presidente di Federpreziosi Confcommercio, che durante Open il Tarì ha riflettuto sulle prospettive del comparto, sulle difficoltà della distribuzione e sulla necessità di affrontare il cambiamento senza perdere terreno.
Con i prezzi dell’oro particolarmente elevati, come sta cambiando l’atteggiamento del consumatore in gioielleria?
Il consumatore arriva molto attento e informato, grazie agli strumenti che oggi ha a disposizione per documentarsi. Di conseguenza, è evidente che anche il dettagliante debba investire sulla propria preparazione ed essere in grado di fornire risposte adeguate. Dobbiamo ricordarci che noi vendiamo emozioni, non investimenti, e quindi dobbiamo essere capaci di raccontare il gioiello.
Purtroppo non tutti hanno ancora questa capacità. Dobbiamo essere umili e avere il coraggio di tornare a scuola, per così dire. Al di là di quanto si parli di formazione, è necessario impegnarsi concretamente per trasmettere il valore aggiunto del gioiello, del Made in Italy e non solo. Al dettagliante spetta il compito di intraprendere la strada dell’innovazione e della trasformazione. Sono parole di cui conosciamo il significato, ma non tutti ne hanno ancora compreso fino in fondo il valore e la portata.
Open mette in contatto mondi differenti, dalla produzione alla distribuzione, coinvolgendo le diverse componenti della filiera. Quanto è importante questo confronto per comprendere un mercato che viaggia a una velocità senza precedenti?
È fondamentale. Mi sono sempre battuto affinché le battaglie del nostro settore vengano affrontate tutti insieme. Non esistono compartimenti separati: siamo un gruppo di persone, produttori, commercianti e dettaglianti, che lavorano all’interno dello stesso contesto e condividono interessi ed esigenze.
Il dettaglio orafo rappresenta un mercato da circa 7 miliardi di euro di vendite, di cui un miliardo riconducibile all’export e agli acquisti dei turisti che arrivano in Italia. Portare avanti le istanze e le necessità del comparto in maniera condivisa è quindi fondamentale. Incontri come Open permettono proprio di mettere in relazione le diverse componenti della filiera: chi produce, chi distribuisce e chi vende al dettaglio. È attraverso questo confronto che possiamo elaborare idee e individuare le direzioni da seguire.
Durante questa edizione abbiamo parlato anche di nuove tecnologie. La loro introduzione è ormai imprescindibile. Nel nostro settore può sembrare quasi banale parlare di intelligenza artificiale, ma in realtà si tratta di una tecnologia a tutti gli effetti che dobbiamo essere capaci di conoscere, recepire e soprattutto applicare. È l’interazione tra la persona e la macchina a offrirci possibilità davvero straordinarie.
La velocità dell’innovazione non ci consente più di rimanere alla finestra a osservare quello che fanno gli altri. Dobbiamo affrontare il cambiamento e applicare queste nuove tecnologie. Non possiamo aspettare che siano gli altri a sperimentare, per poi decidere di seguirli: quando saremo pronti a farlo, probabilmente avranno già intrapreso un’altra strada e saranno molto più avanti e preparati di noi.
Il numero delle gioiellerie italiane continua a diminuire. Quali sono le criticità più urgenti per il dettaglio e quali prospettive intravede?
Per quanto riguarda il dettaglio, perdiamo circa 65 punti vendita al mese. È un dato importante, ma c’è anche un altro aspetto da considerare: a fronte di questa diminuzione, i volumi d’affari e i ricavi sono in crescita. Significa che siamo ancora all’interno di un mercato ricercato, che presenta opportunità per chi è capace di affrontarne le trasformazioni.
Chi continua a investire e a partecipare a contesti come questo lo fa perché vuole imparare, aggiornarsi e capire quali prodotti e quali proposte portare ai propri clienti. Una parte delle difficoltà deriva anche dalla mancata programmazione del ricambio generazionale. Ci sono attività che non riescono a trovare un successore e che, arrivato il momento della pensione del titolare, rischiano di chiudere senza aver preparato una continuità.
Sono situazioni che dobbiamo imparare a prevenire, accompagnando gli operatori nelle scelte e aiutandoli a individuare per tempo possibili soluzioni, anche attraverso la cessione dell’attività quando non esiste un successore familiare.
Se saremo capaci di anticipare questi passaggi, potremo affrontare meglio una delle criticità più importanti per il futuro della distribuzione. Il settore ha ancora spazio e potenzialità, ma servono visione, preparazione e capacità di adattamento. Non possiamo limitarci a difendere ciò che esiste: dobbiamo lavorare per costruire ciò che verrà.








