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Stefania Trenti: «La qualità protegge la marginalità delle imprese»

Dalle tensioni geopolitiche ai dazi, passando per l’aumento del prezzo dell’oro, il 2026 si sta confermando un anno complesso per l’economia e per il settore orafo. Eppure, rispetto alle previsioni più pessimistiche emerse in primavera, il quadro internazionale ha mostrato una resilienza superiore alle attese. A Vicenzaoro, Stefania Trenti, Responsabile dell’Ufficio Industry della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, analizza l’evoluzione dello scenario macroeconomico e le conseguenze dell’oro a livelli record sui bilanci delle imprese. Per leggere correttamente la salute del comparto, però, non basta guardare alla crescita del fatturato: diventano centrali la marginalità, la capacità di trasferire l’aumento dei costi sui prezzi e, soprattutto, gli investimenti in qualità e comunicazione.


Dottoressa Trenti, al convegno Oroarezzo dello scorso maggio avevate parlato di tensioni geopolitiche, conflitti e dazi. Cosa è cambiato oggi rispetto ad allora e quale quadro portate qui a Vicenzaoro?

Quello che è cambiato è che ci aspettavamo sicuramente un impatto maggiore, dal punto di vista macroeconomico, dallo scoppio del conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran. Quando ci siamo incontrati ad Arezzo eravamo probabilmente nel momento di maggiore incertezza.

Quello che abbiamo visto dai dati usciti successivamente, invece, è stata una buona tenuta dell’economia mondiale. Gli Stati Uniti sono stati trascinati dal boom dell’intelligenza artificiale, ma anche l’Europa, tutto sommato, si è comportata meglio rispetto alle attese.

Quindi il 2026 è sicuramente un anno difficile, non brillantissimo, ma allo stesso tempo ci permette di capire quanto l’economia mondiale sia stata resiliente, come si usa dire, di fronte a una sfida così significativa come quella rappresentata da un nuovo conflitto scoppiato all’improvviso.

Con l’oro a livelli record i volumi si comprimono, mentre il valore cresce. Come dovrebbe essere letto il bilancio del settore? Un’azienda che fattura di più, ma produce il 25-30% in meno, è un’azienda che sta bene o che sta male?

Quando guardiamo un’azienda, sicuramente consideriamo la crescita del fatturato, ma osserviamo anche la capacità di mantenere una buona marginalità, cioè la differenza tra i costi sostenuti e il prezzo che l’impresa riesce ad applicare ai propri prodotti.

Negli ultimi anni, quello che abbiamo osservato dall’esterno del settore è stata anche una straordinaria capacità, da parte di molte imprese, di acquisire potere di mercato e di riuscire a trasferire l’incremento dei costi sui prezzi dei propri prodotti.

Come? Attraverso gli investimenti sulla qualità e sulla comunicazione, imparando cioè a raccontare meglio il valore e la qualità del prodotto. Forse la qualità c’è sempre stata, ma molte imprese hanno fatto un vero passo in avanti nella capacità di comunicarla al consumatore.

Purtroppo non tutte, ma diverse aziende sono riuscite in questo modo a veicolare meglio questi messaggi e, di conseguenza, a preservare la propria marginalità anche in un contesto caratterizzato dall’aumento dei costi.

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