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Diamanti sintetici, il dibattito sulla nomenclatura arriva alla FTC

La scelta del termine da utilizzare per i diamanti prodotti attraverso tecnologie industriali si sposta ora sul terreno regolatorio statunitense. Dopo la decisione di CIBJO di sostenere l’uso di “synthetic”, il prossimo capitolo della disputa potrebbe infatti aprirsi davanti alla Federal Trade Commission (FTC), chiamata a rivedere le proprie Jewelry Guides.

La revisione è prevista, in linea di principio, per il 2028, anche se la data non è ancora certa. Nel frattempo, alcune organizzazioni del settore americano stanno già preparando le proprie posizioni. Tra queste la Diamond Manufacturers & Importers Association of America, che intende sostenere l’utilizzo prioritario o obbligatorio del termine “synthetic” per i diamanti privi di origine naturale.

Il punto centrale del confronto riguarda la distinzione tra composizione e origine. Un diamante prodotto con tecnologie come CVD o HPHT possiede infatti le stesse caratteristiche fondamentali del diamante naturale, ma ha un’origine artificiale. Per i sostenitori della definizione “synthetic”, il termine consentirebbe quindi di rendere immediatamente riconoscibile questa differenza.

La posizione della FTC è però più complessa. Già nel 1996 l’agenzia aveva espresso perplessità sull’uso di “synthetic”, ritenendo che parte dei consumatori potesse interpretarlo come sinonimo di falso o non autentico. Nel 2018, durante l’ultima revisione delle Jewelry Guides, la FTC aveva eliminato “synthetic” dall’elenco dei termini raccomandati, favorendo invece espressioni come “laboratory-grown”. La parola, tuttavia, non è stata vietata: il problema riguarda il rischio che venga utilizzata in modo da suggerire che il diamante non sia realmente un diamante.

È proprio sulla percezione del consumatore che si concentra una delle principali divisioni all’interno dell’industria. Da una parte, chi sostiene “synthetic” considera la definizione scientificamente più precisa e ritiene che “laboratory-grown” possa risultare fuorviante, soprattutto perché la produzione avviene attraverso processi industriali. Dall’altra, alcuni operatori temono che “synthetic” possa indebolire la percezione di autenticità del prodotto.

Una posizione più prudente arriva dal World Diamond Council. Il presidente Ronnie Vanderlinden ha indicato “synthetic” come possibile descrittore principale, senza necessariamente considerarlo l’unico termine utilizzabile. La prospettiva è quindi quella di una possibile coesistenza di definizioni, purché la comunicazione resti chiara e non ingannevole.

Il dibattito riguarda anche il modo in cui la stessa FTC definisce il diamante. La revisione del 2018 aveva eliminato il termine “natural” dalla definizione, passando da un riferimento a un “minerale naturale” a una formulazione più generica. Una modifica contestata da esponenti del settore, tra cui John Ford, CEO di AGTA, che ne ha evidenziato le possibili implicazioni dal punto di vista mineralogico e della comunicazione al consumatore.

La vera incognita resta ora il calendario regolatorio. La revisione delle Jewelry Guides non è ancora garantita per il 2028, anche alla luce delle trasformazioni interne alla FTC e della riduzione del personale specializzato. Ma la decisione di CIBJO ha comunque spostato il confronto su un nuovo livello.

La partita sulla parola da utilizzare per i diamanti prodotti dall’uomo diventa così anche una partita sulla fiducia. Tra precisione scientifica, marketing e tutela del consumatore, l’industria dovrà trovare un linguaggio capace di distinguere con chiarezza origine naturale e produzione tecnologica senza generare nuove ambiguità.

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