Trent’anni di storia del Tarì raccontati attraverso le scelte di chi ha creduto nel progetto fin dagli inizi. Lello Fusco ricorda quando, prima ancora che il centro orafo fosse costruito, ricevette la proposta di trasferire la propria attività da Borgo Orefici a una realtà nuova, ancora tutta da scoprire. Una decisione non priva di dubbi, maturata anche grazie al confronto con i figli, che si è rivelata decisiva per il percorso imprenditoriale della famiglia.
Lei è stato tra i protagonisti del Tarì sin dall’inizio, quando il progetto sembrava quasi una scommessa. Come ricorda quella scelta?
Trent’anni fa fui contattato da Gianni Carità e da altre persone importanti del settore, quando la struttura del Tarì doveva ancora essere costruita. Inizialmente ero piuttosto restio ad accettare: lavoravo a Borgo Orefici, nella storica piazza degli orafi, e la mia attività andava molto bene. Perché lasciare una realtà florida per trasferirsi in un luogo nuovo, che rappresentava comunque un’incognita?
Alla fine, ne parlai con i miei figli. Dissi loro: «Ragazzi, rimbocchiamoci le maniche, andiamo al Tarì e vediamo cosa succede». Entrammo nel progetto quasi alla fine, quando ormai era tutto pronto e molti operatori avevano già aderito: mancavo praticamente solo io. Decidemmo di lasciare Borgo Orefici per questa nuova avventura e devo dire che il coraggio di quella scelta è stato premiato.








