Federpreziosi
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La sicurezza dei negozi è la sicurezza della nostre città

A Pesaro un’automobile utilizzata come ariete. A Telese Terme “colpo” in una gioielleria. A Milano vetrine infrante, negozi saccheggiati e devastati, commercianti costretti ad abbassare le saracinesche mentre le strade diventavano teatro di violenti scontri. Tre realtà, episodi profondamente differenti. Ma un interrogativo comune: quanto può resistere la serenità di chi lavora quando la violenza entra, senza chiedere permesso, nella vita quotidiana delle nostre città? A Pesaro, nella centralissima Galleria Roma, la gioielleria Bertuccioli è stata presa d’assalto da una banda che, utilizzando una monovolume, ha sfondato gli accessi al negozio, riuscendo a sottrarre anche la cassaforte. Un colpo dalle conseguenze economiche pesantissime, il cui valore complessivo è ancora in fase di accertamento. A Telese Terme, invece, sono le parole affidate ai social dai titolari dell’attività colpita a raccontare ciò che nessuna quantificazione economica potrà restituire completamente: i sacrifici, la dedizione, l’amore per il proprio lavoro. Anni di impegno, di rinunce, di fiducia costruita con i clienti, messi improvvisamente in discussione. E poi quella frase, semplice e straordinariamente significativa: “Barcolliamo, ma non molliamo”. Parole che esprimono la dignità di chi non intende arrendersi. Ma che dovrebbero anche farci riflettere. Possiamo davvero continuare a chiedere agli imprenditori di dimostrare, ogni volta, quanto siano capaci di resistere? E arriviamo a Milano. Le immagini degli scontri del fine settimana, con negozi devastati e saccheggiati nel cuore della città, aggiungono un’altra pagina a una riflessione che non riguarda soltanto il comparto orafo. È indispensabile distinguere il legittimo diritto di manifestare dai comportamenti violenti di chi trasforma le piazze in luoghi di devastazione. Ma ciò che resta, agli occhi di un commerciante, sono anche quelle vetrine distrutte, le attività interrotte, la paura di chi si è trovato improvvisamente esposto alla violenza. 
Non vogliamo mettere sullo stesso piano fenomeni diversi. Vogliamo, piuttosto, richiamare l’attenzione su ciò che li accomuna nelle conseguenze: la vulnerabilità di chi fa impresa e il rischio che la paura finisca per modificare silenziosamente il nostro modo di lavorare e di vivere. Perché il problema non è soltanto ciò che viene portato via o distrutto. È ciò che rimane. Il timore di riaprire il mattino successivo. L’attenzione che si trasforma in diffidenza. Il sospetto davanti a un comportamento insolito. La sensazione che anche una normale giornata di lavoro possa nascondere un pericolo. La paura non può impossessarsi delle nostre attività. Non può diventare un’altra serratura da aggiungere alle porte dei negozi. Non può essere lei a decidere come accogliere un cliente, quanto investire o se valga ancora la pena continuare.
Eppure, i risultati della recente indagine Federpreziosi sulla percezione della sicurezza ci restituiscono una realtà che non possiamo ignorare. Oltre sei operatori su dieci dichiarano di sentirsi poco o per nulla sicuri. Il 43% ritiene che le condizioni di sicurezza siano peggiorate. Non sono semplicemente percentuali da commentare. Sono il segnale di un disagio profondo, che rischia di incidere sulle scelte imprenditoriali, sugli investimenti, sulla qualità delle relazioni con la clientela e, in definitiva, sulla stessa vitalità dei nostri centri urbani. 
La sicurezza, del resto, non è soltanto una questione di ordine pubblico. È una condizione essenziale della libertà economica, della fiducia e della convivenza civile. Quando un imprenditore comincia a considerare la paura parte inevitabile del proprio mestiere, qualcosa si è già incrinato nel rapporto tra chi lavora e il territorio in cui opera. Il rinnovo del Protocollo tra Federpreziosi e il Ministero dell’Interno rappresenta un tassello importante di un mosaico ancora incompleto. Rafforza il dialogo con le Forze dell’Ordine, favorisce la collaborazione e lo scambio di informazioni, pone la prevenzione al centro di un percorso condiviso. Ma i tasselli mancanti sono ancora tanti. Occorre dare continuità al confronto con le istituzioni, coinvolgere le realtà territoriali, individuare strumenti di prevenzione sempre più efficaci e affrontare concretamente il peso economico delle misure di protezione e delle coperture assicurative, che gravano su imprese già chiamate a sostenere costi rilevanti. È un confronto che deve coinvolgere anche la politica, non per alimentare contrapposizioni o rincorrere l’emozione dell’ultimo episodio di cronaca, ma per trasformare un disagio diffuso in interventi e responsabilità condivise. Non chiediamo privilegi. Chiediamo che lavorare senza paura torni a essere una condizione normale, non una conquista quotidiana affidata alla prudenza, alle possibilità economiche e, troppo spesso, alla fortuna del singolo imprenditore. Ai colleghi di Pesaro e Telese Terme va tutta la nostra vicinanza. Così come agli imprenditori milanesi che hanno visto le proprie attività diventare bersaglio di una violenza estranea al loro lavoro. Ma la solidarietà, per quanto sincera, non può esaurirsi nelle parole del giorno dopo. Né possiamo abituarci a esprimerla ogni volta a una città diversa, a un altro collega, a un’altra famiglia. Perché quando una gioielleria chiude per paura, quando un commerciante rinuncia a investire, quando una strada perde le proprie attività, a impoverirsi non è soltanto l’economia. È la città intera, che perde relazioni, presenze, fiducia e sicurezza. Il coraggio dei nostri imprenditori è una risorsa straordinaria. Ma non può diventare il rimedio permanente alle carenze della sicurezza. E quel «non molliamo» pronunciato dai colleghi di Telese Terme dovrebbe diventare un impegno collettivo, non restare soltanto una coraggiosa dichiarazione individuale. Perché non possiamo permettere che a tenere aperte le nostre gioiellerie sia soltanto il coraggio di chi, ogni mattina, alza la saracinesca.

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