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Agostino Gazzo: «La gioielleria deve tornare a essere bottega»

Il gioiello non è soltanto un ornamento, ma un custode di storie, legami e ricordi personali. Recuperare questa dimensione significa restituire valore al lavoro del gioielliere e costruire un dialogo più autentico con le nuove generazioni, soprattutto in un mercato in cui l’aumento dei prezzi rende sempre più importante saper comunicare ciò che si cela dietro ogni creazione. È da questa consapevolezza che parte la riflessione di Agostino Gazzo, presidente di Federpreziosi Genova, intervistato a margine dell’incontro al Senato “Le gioiellerie italiane: scenari, politiche e prospettive di sviluppo”, promosso da Federpreziosi Confcommercio su iniziativa della senatrice Erika Stefani. Al centro del suo intervento, la necessità di riscoprire il valore simbolico del gioiello e di riportare la gioielleria alla sua dimensione più autentica: quella di una bottega capace di ascoltare, custodire e raccontare emozioni.


Qual è la sfida quotidiana più sottovalutata nella gestione di una gioielleria?

La difficoltà maggiore è imparare nuovi linguaggi, ma anche riscoprire quelli che appartengono da sempre al nostro mestiere. Può sembrare paradossale, ma sostengo spesso che il negozio debba tornare a essere una bottega. I giovani ci chiedono proprio questo: raccontare la simbologia del gioiello.

Rappresentiamo una categoria che non ha una funzione esclusivamente ornamentale, ma custodisce una storia antichissima. L’uomo ha indossato gioielli fin dalle origini, quando una semplice conchiglia diventava un ornamento. Dobbiamo tornare a essere padroni del linguaggio del gioiello, conoscerne i significati e raccontarne i simboli, senza affidarci soltanto a interpretazioni costruite dal marketing.

Il nostro lavoro è legato alle emozioni: vendiamo fedi nuziali e anelli di fidanzamento, ricordiamo le ricorrenze dei clienti e li accogliamo quando vogliono celebrare la nascita di un figlio. Sono storie che dobbiamo imparare nuovamente a raccontare, anche attraverso la formazione. In un momento in cui i prezzi rappresentano una sfida importante, recuperare l’essenza del gioiello può aiutarci a superare le difficoltà e a restituire centralità alla sua dimensione emozionale, andando oltre la semplice ostentazione dello status.

Questo ritorno al significato può favorire un nuovo dialogo con le giovani generazioni?

Ne sono convinto. Nel 2025 e nel 2026 ho portato avanti un lavoro con l’Università di Genova e le risposte dei ragazzi ci hanno sorpreso. In due anni abbiamo incontrato una sessantina di giovani e, quando abbiamo chiesto loro che cosa fosse un gioiello, sono emerse testimonianze significative. Una ragazza, per esempio, ci ha raccontato di indossare sempre la catenina della nonna, definendola quasi un tatuaggio: qualcosa che non si toglie mai.

I giovani cercano simboli e storie autentiche, qualcosa di personale che non sia massificato. Le loro risposte, in alcuni casi, sono state più efficaci di quelle che noi stessi, come settore, riusciamo a dare. Ci chiedono di trovare un racconto capace di distinguere un gioiello dagli altri.

Il valore economico resta importante, ma viene dopo il significato. Il valore più grande può certamente essere rappresentato da un anello con uno zaffiro straordinario o da un diamante naturale importante. Ma è soprattutto la storia a rendere quel gioiello unico: chi lo ha regalato, in quale occasione e che cosa rappresenta per chi lo indossa. È da qui che dobbiamo ripartire.

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