C’è un dettaglio che accompagna da trent’anni le creazioni di Roberto Coin e che, proprio perché nascosto, è diventato una delle firme più riconoscibili della Maison: un piccolo rubino inserito all’interno di ogni gioiello, a contatto con la pelle. Una scelta nata nel 1996 con la collezione Appassionata e rimasta da allora parte integrante dell’identità del brand.


L’idea arriva dalla passione di Roberto Coin per la storia e la mitologia. Tre antiche leggende lo hanno portato a individuare nel rubino un simbolo particolarmente potente. Nell’antico Egitto era considerato un talismano capace di portare amore, gioia e salute; secondo una tradizione legata ai guerrieri birmani, la pietra, indossata a contatto con la pelle, offriva protezione in battaglia. Un antico mito hindu la associava invece ai frutti dell’albero sacro Kalpa, legato ai desideri e alla speranza.
Da queste storie nasce la decisione di trasformare il rubino in una firma invisibile. Nel 1996, con il debutto di Appassionata, la pietra viene collocata per la prima volta all’interno dei gioielli, in modo che possa entrare direttamente in contatto con la persona che li indossa. Il gesto assume così un significato personale: non un elemento decorativo destinato a essere visto, ma un piccolo messaggio di buon auspicio.


Il rubino è diventato nel tempo un tratto distintivo presente nelle creazioni della Maison, dai gioielli più essenziali alle collezioni più elaborate. Una firma che lavora quindi sul dettaglio e sulla scoperta: il gioiello porta all’esterno il linguaggio creativo di Roberto Coin, mentre al suo interno conserva un elemento che appartiene esclusivamente a chi lo indossa.
La scelta racconta anche un modo particolare di intendere il gioiello. Il valore non è affidato soltanto a ciò che appare, ma anche a un significato privato, nascosto alla vista. È proprio questa dimensione intima ad aver trasformato un piccolo rubino in uno dei simboli più riconoscibili della Maison vicentina.










