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Diamanti Sintetici: più scelta, ma senza ambiguità

Il mercato evolve, l’offerta si amplia e il consumatore dispone di maggiori possibilità di scelta. È proprio questa novità, però, a offrire l’occasione per una riflessione che il settore non può rinviare oltre. Quella sulla trasparenza. Un diamante naturale e un diamante sintetico sono entrambi diamanti. Hanno la stessa composizione chimica, la medesima struttura cristallina e identiche proprietà ottiche. Ciò che li distingue è l’origine. Il diamante naturale è il risultato di un processo geologico sviluppatosi nelle profondità della Terra nell’arco di miliardi di anni. Il diamante sintetico è ottenuto dall’uomo attraverso processi tecnologici controllati. Questa non è una valutazione commerciale. È un dato scientifico. Ed è proprio perché il diamante sintetico è un diamante che la sua origine deve essere dichiarata con assoluta chiarezza. La gemmologia non esprime preferenze. Identifica, classifica e descrive. Per questo la CIBJO – The World Jewellery Confederation, la Confederazione mondiale della gioielleria che riunisce le principali organizzazioni internazionali del settore, richiama da anni produttori e distributori al rispetto di una nomenclatura rigorosa. Nei suoi Blue Books, riferimento internazionale per il comparto, afferma un principio semplice: il consumatore deve poter distinguere immediatamente un diamante naturale da uno prodotto dall’uomo. Anche le parole hanno un peso. Espressioni come “diamante creato in laboratorio” o “diamante da laboratorio” possono evocare, nell’immaginario collettivo, un prodotto realizzato quasi artigianalmente, in piccole quantità. La realtà è diversa. I diamanti sintetici sono ottenuti mediante processi industriali ad alta tecnologia, in impianti produttivi progettati per realizzazioni anche su larga scala. Parlare correttamente dell’origine significa quindi descrivere il prodotto per ciò che realmente è, senza enfatizzarne né attenuarne le caratteristiche. La trasparenza riguarda anche questo. Il dibattito è ormai internazionale. Il Natural Diamond Council ha più volte richiamato l’attenzione sulla necessità di una comunicazione chiara e verificabile. È accaduto anche quando Pandora ha sostenuto che i propri diamanti prodotti in laboratorio presentassero un’impronta di carbonio inferiore del 90% rispetto ai diamanti naturali, proponendo di aggiungere una quinta “C”, quella della Carbon Footprint, alle tradizionali quattro della classificazione gemmologica. Al di là delle diverse posizioni, il confronto dimostra che anche le informazioni relative alla sostenibilità devono essere fondate su criteri scientifici condivisi e metodologie verificabili. Significativa è anche la scelta della Francia, che ha disciplinato la materia stabilendo che il termine “diamante”, senza ulteriori qualificazioni, identifica il diamante naturale, mentre per quello ottenuto artificialmente devono essere utilizzate denominazioni che ne evidenzino chiaramente la natura di sintesi. Non è una contrapposizione tra innovazione e tradizione. Non è una graduatoria di merito. È un principio di correttezza. Il consumatore deve essere libero di scegliere un diamante naturale o un diamante sintetico. Ma la libertà di scelta esiste soltanto quando esiste la conoscenzaLa trasparenza non rappresenta un ostacolo al mercato. Ne rappresenta il presupposto. Perché le pietre possono avere origini diverse. L’informazione, invece, deve avere un solo requisito. Essere vera. E la verità, nel commercio come nella gemmologia, comincia sempre dalle parole.

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