Il gioiello italiano continua a dimostrare una capacità di resistenza sorprendente in uno scenario internazionale segnato da guerre, instabilità geopolitiche, dall’aumento del prezzo dell’oro e dalla trasformazione dei principali mercati di sbocco. A Vicenzaoro abbiamo incontrato Maurizio Forte di Agenzia ICE che ha analizzato l’evoluzione dell’export orafo italiano tra mercati consolidati e nuove opportunità. Se Stati Uniti, Francia, Svizzera e alcuni Paesi europei mostrano dinamiche positive, altre aree storicamente strategiche, come la Turchia e gli Emirati Arabi, stanno attraversando una fase più complessa. Guardando al futuro, però, Forte individua soprattutto in Cina e Africa due territori ancora largamente da esplorare, dove il Made in Italy può trovare nuovi spazi di crescita.
Dottor Forte, c’è un mercato o un’area geografica che, secondo la vostra esperienza, offre ancora più margine di crescita per il racconto del gioiello italiano rispetto al prodotto stesso?
È una domanda difficile, e la risposta non può essere né semplice né breve. Il gioiello italiano, che abbiamo definito come un vero miracolo di artigianalità, creatività e capacità commerciale, è in realtà già diffuso in tutto il mondo e in moltissime aree geografiche.
Purtroppo, devo dire che è anche un miracolo di resistenza. Negli ultimi anni, tra guerre, apprezzamento dell’oro, la recente crisi in Medio Oriente e la vicenda turca, abbiamo assistito a una fluttuazione incredibile dei mercati.
Basti pensare alla Turchia, che sembrava essere un mercato fondamentale per il nostro export, soprattutto per alcuni distretti, e che oggi è in una fase di crisi. Altri mercati stanno invece affrontando difficoltà temporanee: è il caso, per esempio, degli Emirati Arabi, che quest’anno hanno registrato una contrazione superiore al 25%.
Sorprendentemente, invece, gli Stati Uniti sono cresciuti di quasi il 20%. Ma quello che ci ha fatto riflettere è soprattutto la crescita di alcuni Paesi europei che probabilmente svolgono anche una funzione di tipo logistico, come Francia e Svizzera, ma anche Irlanda e Paesi Bassi. Senza dimenticare Hong Kong.
È quindi molto difficile individuare un unico Paese o un’unica area sulla quale il gioiello italiano possa puntare nei prossimi anni. Tuttavia, non voglio sottrarmi alla domanda e una risposta posso darla.
Secondo noi, e ne abbiamo parlato anche con i produttori e con le associazioni, Cina e Africa, pur essendo realtà molto diverse tra loro, rappresentano probabilmente due frontiere che dobbiamo esplorare meglio.
La Cina, attraverso Hong Kong, conosce già il nostro prodotto. Anche gli acquisti dei turisti cinesi, che affronteremo nel corso del convegno con Federpreziosi, sono importanti. Tuttavia, rispetto alla capacità di consumo e ai numeri di quel mercato, siamo ancora indietro.
Probabilmente è quindi un mercato nel quale nei prossimi anni investiremo molto in comunicazione, perché esiste ancora un forte gap nella conoscenza del gioiello italiano.
Poi c’è l’Africa. È un continente che appare ancora in parte misterioso: il prodotto italiano arriva, ma spesso attraverso triangolazioni. Probabilmente i tempi sono maturi per iniziare a fare delle puntate dirette e individuare, nei mercati più significativi, partner adeguati per distribuire e promuovere il nostro prodotto.








