Topnews
4 min di lettura

Design, cultura e manifattura: la sfida della formazione per il Made in Italy

Tra università, impresa e cultura del progetto si gioca oggi una delle sfide più decisive per il futuro del Made in Italy. In un contesto in cui innovazione, sostenibilità e identità territoriale sono sempre più intrecciate, il dialogo tra formazione e filiera produttiva diventa uno strumento concreto per costruire nuove visioni del design contemporaneo.

Ne abbiamo parlato con Daniela Piscitelli, docente ordinario di Design Industriale presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, già Presidente nazionale di Aiap Associazione Italiana design della comunicazione visiva e Vicepresidente di ICO-D International Council of Design


Professoressa, quanto è importante oggi costruire connessioni concrete tra università e filiera produttiva?


È essenziale ed è per questo che il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale del nostro Ateneo ha sottoscritto un protocollo d’intesa con il Centro Orafo il Tarì. L’Università Vanvitelli, da questo punto di vista, è sempre molto sensibile al rapporto con le imprese e come Ateneo, infatti, ha promosso anche la collaborazione con il Distretto Orafo Campano attraverso un protocollo di intesa sottoscritto per conto del Magnifico Rettore Prof. Nicoletti.

La nostra filiera formativa include i tre livelli della formazione: triennale, magistrale e dottorato. Nello specifico, quest’ultimo è un Dottorato di Interesse Nazionale in Design per il Made in Italy, laddove è esplicitata nella sua stessa denominazione la necessità di creare una linea di continuità tra i diversi livelli della formazione e il mondo delle imprese. Inoltre, l’Università è il luogo nel quale sviluppare percorsi di competenze di base ma anche di innovazione, ricerca, progettazione di scenari e futuri trend di mercato.

Che ruolo può avere l’università nell’evoluzione del Made in Italy?
Il Made in Italy è prima di tutto un concetto culturale che ha molto a che fare con la cultura imprenditoriale territoriale. In Campania abbiamo una presenza diffusa di piccole e medie imprese che conservano al proprio interno un saper fare sedimentato e anche uno stile inimitabile. Di conseguenza, la ricerca nel design e l’innovazione orafa non possono assolutamente prescindere da queste dimensioni che poi rappresentano l’anima identitaria del Made in Italy.

Qual è il contributo più concreto che il mondo accademico può dare oggi alle imprese?

Sicuramente nell’innovazione dei materiali e anche nella sperimentazione di processi produttivi più sostenibili, non necessariamente legati ai metalli preziosi. Inoltre, nella ricerca continua delle nuove tecnologie e nell’innovazione non solo di prodotto, ma anche di processo.

Oggi un oggetto non è solo funzione estetica, ma anche narrazione. Quanto è importante insegnare agli studenti a raccontare il progetto oltre che a realizzarlo?

Quello della narrazione è un tema interessante sotto due punti di vista: da un lato, parliamo del racconto del progetto e, dall’altro, c’è il racconto dentro al progetto, ovvero di ciò che si trasmette grazie ai significati simbolici inclusi all’interno di un oggetto. Si tratta di due livelli che si intrecciano. Se ci si pensa, tutta la nostra vita è abitata dagli oggetti. Questi non sono solamente strumenti per assolvere ad una funzione d’uso, ma trasferiscono significati, nuove ritualità, suggeriscono comportamenti. Sono codici identitari, metafisici. Il Made in Italy non è mai stato soltanto un prodotto ben fatto ma, anzi, è stato soprattutto veicolo di valore identitario. Da questo punto di vista il design italiano è sempre stato ‘a-moderno’, non ha mai tradito, cioè, la sua radice storica e continua ad assolvere, prima di tutto, ad una funzione simbolica e narrativa.

Pensando ai prossimi anni, che tipo di designer intendete formare?

Mi auguro che i designer che stiamo formando oggi siano prima di tutto degli operatori culturali, ovvero persone che attraverso il progetto possano determinare un senso dell’abitare più corale. Credo in una nuova cultura del progetto che contenga le dimensioni della coesistenza, approcci più sostenibili, una postura del rispetto e della cura degli oggetti e dell’ambiente. Il design non è mai neutro, piuttosto suggerisce comportamenti e quindi spero che questo tipo di mentalità sia sempre presente all’interno dei nostri percorsi formativi e condivisa con le aziende con cui collaboriamo.

L'autore

Torna in alto