Con quarantacinque anni di attività alle spalle, Mario Russo è una figura che attraversa la storia recente dell’oreficeria italiana, tra tradizione artigianale e trasformazioni profonde del mestiere. Dalla gavetta ai cambiamenti tecnologici, fino all’esperienza nell’insegnamento alla Tarì Design School, il suo percorso restituisce uno sguardo autentico su come si è evoluto il lavoro dell’orafo e su ciò che, ancora oggi, ne rappresenta l’essenza.
45 anni di attività, l’artigianalità che è storia. Come è cambiato il suo mestiere nel corso di quasi mezzo secolo?
Prima si faceva gavetta, ora c’è una bella realtà come la scuola che ai miei tempi non esisteva. Oggi possiamo spiegare a tutti i giovani come intraprendere il nostro lavoro e insegnare loro delle grosse basi che sono importanti per il lavoro. Per quanto riguarda il cambiamento, oggi abbiamo macchinari diversi, microscopi che in passato non esistevano, utensileria che abitualmente prima non si pensava neanche di usare e che adesso, con delle modifiche e con aperture mentali, permettono di modificare qualsiasi pezzo.
Lei è stato un figlio d’arte, ma il mestiere l’ha imparato dal suo papà?
Tanti anni fa se non fossi stato figlio d’arte non avresti imparato l’oreficeria perché a differenza di oggi il mondo della gioielleria non era ambito da tutti. La prima volta che mi sono seduto al banco è stata a Valenza, ma poi ho avuto la fortuna anche di conoscere la scuola napoletana.
Che differenze ci sono tra la scuola orafa valenzana e quella napoletana?
In base alla mia esperienza, posso dire che il valenzano è molto bravo, ma pecca in estro, nel senso che si ferma su dei limiti. L’oreficeria napoletana invece ha il colpo d’occhio, quella particolarità, quella genialità differente e che porta avanti il Made in Italy.
Davanti a lei nel corso di tutti questi anni sono passati diversi ragazzi che volevano imparare di più di questo mestiere. Come è cambiato anche l’approccio con le persone che vogliono imparare?
Non siamo cambiati noi, ma i giovani. Prima i ragazzi pensavano in un modo standardizzato, oggi invece ragionano a 360 gradi. Un consiglio che mi sento di dare loro è quello di imparare bene le basi. Da esse possono creare tutto ciò che vogliono, ma senza grosse fondamenta non si può fare nulla in questo settore.
Secondo lei cosa fa la differenza nel mondo del gioiello oggi?
Non guardare il gioiello come un punto d’arrivo, ma per come lo si immagina. È un discorso molto sottile, ma può fare la differenza.
In conclusione, un suo consiglio ai giovani e anche ai professori?
Il mondo della scuola è diverso dall’artigianato, bisogna confrontarsi con età e mentalità diverse, ma tutto ciò diventa insegnamento anche per i docenti. La scuola apre tante porte ai ragazzi, ma solo se non si fermano alla sola ambizione di lavorare con un’icona. Il diploma, grazie alle basi acquisite ed agli esami sostenuti, permette di poter lavorare in qualsiasi contesto oltre a poter lavorare in tutto il mondo.








