Le gioiellerie italiane sono molto più di semplici punti vendita: rappresentano un canale di valorizzazione del Made in Italy, capace di incidere anche sulla diffusione internazionale dei preziosi. A margine dell’incontro “Le gioiellerie italiane: scenari, politiche e prospettive di sviluppo“, promosso dalla senatrice Erika Stefani in collaborazione con Federpreziosi e Format Research, Pierluigi Ascani, presidente dell’istituto, ha approfondito il ruolo delle microimprese, il contributo del turismo allo sviluppo del settore e l’importanza di una maggiore cultura del dato. Per misurare la salute del comparto nel lungo periodo, oltre agli indicatori economici, invita a guardare anche alle nuove generazioni e alla capacità delle gioiellerie di attrarre giovani professionisti.
Le vostre analisi indicano un futuro che passa dalle relazioni, dall’esperienza e dalla cultura del dato. Che cosa significa concretamente quest’ultima, anche per le microimprese con pochi dipendenti?
In realtà, le imprese sono definite micro sulla base di parametri dimensionali, in particolare del numero degli addetti, ma non lo sono necessariamente per la qualità del lavoro che svolgono. Questo vale soprattutto per le gioiellerie e per il retail dei preziosi nel nostro Paese, che rappresentano un vero motore di sviluppo del valore del gioiello, non soltanto in Italia, ma anche all’estero.
Come emerge dalla nostra ricerca, circa il 13% del fatturato delle gioiellerie italiane è generato dalla vendita di gioielli Made in Italy ai turisti stranieri. È un dato importante, perché significa che una parte dell’export dell’industria orafa passa proprio attraverso la rete delle gioiellerie italiane. I turisti vivono un’esperienza diretta con il gioiello italiano e, una volta tornati nei propri Paesi, spesso ricordano quell’esperienza quando devono acquistare un prezioso, scegliendo nuovamente prodotti italiani.
Le gioiellerie diventano così un vero e proprio motore per l’esportazione dei nostri gioielli, in molti casi difficilmente sostituibile. A questo si aggiunge il passaparola, che contribuisce a diffondere un’immagine positiva della nostra produzione nel mondo. È una buona notizia per tutto il comparto e dimostra quanto siano importanti le relazioni costruite nei punti vendita.
La cultura del dato serve proprio a comprendere questi fenomeni, a individuare le opportunità e a disporre di elementi concreti su cui basare le decisioni, anche quando si è alla guida di una piccola impresa.
Se dovesse indicare un solo indicatore da monitorare ogni anno per capire se il settore sta procedendo nella direzione giusta, quale sceglierebbe?
Credo che uno degli indicatori da tenere sotto osservazione, anche se probabilmente non lo troveremmo in nessun libro di economia, sia il numero dei giovani che lavorano nelle nostre gioiellerie.
Le imprese sono entità giuridiche, disciplinate da norme e codici, ma alla fine sono soprattutto gruppi di persone. Come qualsiasi altra organizzazione, funzionano quando ci sono individui che credono nel proprio lavoro, desiderano far crescere l’attività e sentono di poter dare un contributo al mondo, in questo caso attraverso la vendita di gioielli e preziosi.
Se il tessuto delle gioiellerie si rinnova anche dal punto di vista generazionale, con giovani che scelgono di intraprendere questo mestiere, è sicuramente un segnale positivo. Potrebbe esserlo persino più di un aumento del valore delle vendite: significa che nuove generazioni credono nella professione, ne riconoscono le opportunità e desiderano portarla avanti. Vedere sempre più giovani appassionarsi a questo lavoro sarebbe un indicatore importante della vitalità e delle prospettive future del comparto.








