Tra le proprietà dell’oro v’è quella di mantenere inalterato il proprio colore e la propria lucentezza anche in leghe in cui sia presente in quantità assai limitata.
Ciò, fin dall’antichità, ha aperto l’uscio alla possibilità di frodi circa l’esatta rispondenza dell’effettivo contenuto di metallo prezioso a quanto dichiarato, e, quindi, indotto alla ricerca di strumenti utili a scongiurarle, anche in considerazione dell’utilizzo dell’oro come mezzo di pagamento e intermediario degli scambi commerciali.
Come ci tramanda Erodoto (Storie, Libro I, 94) furono i Lidi, popolo dell’Anatolia occidentale, intorno al 650 a.C., “i primi degli uomini, che noi conosciamo, a coniare monete d’oro e d’argento e a farne uso, i primi a vendere merci al minuto”.
Non meraviglia, dunque, che sembri essere proprio tale popolazione ad aver introdotto, nell’area del Mediterraneo, l’utilizzo della “pietra di paragone” per verificare la quantità di metallo prezioso presente nella lega.
Si accorsero, infatti, che sfregando gli oggetti d’oro su una lastra di lidite, una varietà di diaspro di tinta unita nera, questi lasciavano un segno visibile di colore diverso a seconda del contenuto di puro. Confrontando, quindi, il segno lasciato da un oggetto con quelli di un set di campioni (detti aghi) di titolo noto, era possibile verificare la correttezza di quanto dichiarato.
In verità, come emerso dagli scavi effettuati a metà degli anni Settanta a Banawali (si veda R.S. Bisht, Excavations at Banawali: 1974–77, in G.L.Possehl, Harappan Civilization: A Contemporary Perspective, New Delhi, 1982, pagg. 113 – 124) nel nord dell’India, la “pietra di paragone” era già utilizzata nel periodo Harappah della civiltà della valle dell’Indo (2600 – 1900 a.C.) .
Si deve, inoltre, evidenziare come, alcuni studiosi (ad esempio K. Sethe, Die Bau- und Denkmalsteine der alien Aegypter und ihre Namen, in Sitsungsberichte der Preussischen Akademie der Wissenschaften, Philosophisch-historische Klasse, Berlino, 1933, p. 896-899 R. Bogaert nell’articolo “L’essai des monnaies dans l’antiquité” pubblicato sulla Revue Belge de Numismatique, CXXII – 1976) ritengano che, prima dei Lidi, furono gli Egizi, nel XII sec. a.C., a utilizzare uno scisto (roccia metamorfica a grana medio-grossolana, caratterizzata da una marcata tendenza a dividersi facilmente in lastre o fogli sottili) nero per testare l’oro.
Di questo metodo troviamo cenno sia in Chilone di Sparta (ca. 620 a.C.- ca. 520 a.C.) – Diogene Laerzio, nell’opera “Vite e dottrine dei più celebri filosofi” (Libro I, 71), riporta questo verso di una sua elegia “Colla pietra di paragone si prova l’oro e l’argento; e coll’oro e l’argento si prova il cuore degli uomini” – sia in Teognide di Megara (ca. 580 a.C. – ca. 510 a.C.) – ad esempio nei versi 415-418 “Non riesco a trovare nessuno simile a me nella mia ricerca di un compagno leale, in cui non vi sia inganno. Quando arrivo alla pietra di paragone sono provato come l’oro vicino al piombo, e in me risiede la bilancia della superiorità” o nei versi 447-452 “Se tu mi vorrai lavare, l’acqua scorrerà sempre pura dalla mia testa; mi troverai in ogni questione come fossi oro raffinato, rosso alla vista quando vengo sfregato con la pietra di paragone; la mia superficie è incontaminata da muffa nera o ruggine, il suo fiore è sempre puro e pulito”.
Altre citazioni si rinvengono, solo per fare alcuni esempi, in Erodoto (Storie, Libro VII, 10), Aristotele (I Colori, 793a, 33), Eschilo (Agamennone,vv. 390-393) e in Sofocle (Edipo Tiranno, v. 510), ma sono Teofrasto di Ereso (Sulle Pietre, VII, 45-47) e Plinio il Vecchio (Storia Naturale, Libro XXXIII, 43) che forniscono informazioni più particolareggiate. Il primo afferma che il metodo abbia una precisione di 1/144 (circa 7‰), mentre il secondo che questa sia, più realisticamente, di 1/24 (circa 42‰).
Anche il Papiro di Leida X (n. 38), databile alla fine del III sec. d.C. o inizio del IV sec. d.C., fa cenno alla “pietra di paragone”, senza, però, fornire alcuna specifica tecnica in merito.
Dopo la caduta dell’Impero Romano, il periodo dei regni romano-barbarici (V – VIII sec. d.C.) e l’epoca Carolingia (VIII – IX sec. d.C.), con il rinascere dei traffici commerciali e la nascita delle corporazioni d’arte, le gilde degli orafi tornarono ad utilizzare la “pietra di paragone” (o “tocca”) quale metodo per il controllo del titolo dei manufatti.
A Firenze, ad esempio, lo Statuto dell’Arte di Por S. Maria (di cui gli orafi erano parte) del 1335 prescriveva (Capitolo CXIIII) “et intelligatur esse bonum argentum ad dictam ligam quando bonum invenietur ad fricationem paraonis” (e si verifichi che l’argento sia alla detta lega quando sia trovato buono mediante lo sfregamento al paragone), mentre a Siena il Breve dell’Arte degli Orafi (1361) (Capitolo XXVI) prescrive “Et sieno tenuti essi ricercatori, infra due dì che torranno gli arienti o oro, gli debbano aver fregati, e incontamente che gli hanno fregati, se ve n’avesse uno peggio che la detta lega, in quel dì el debba mettare ne le mani del rectore”.
Similmente lo Statuto della Società dei Cambiatori di Bologna (1245) prescriveva “quod omnis campsor teneat super capsam vel banchum suum lapidem de Alidda ad probandum aurum et argentum, sub pena viginti soldorum per qualibet vice” (che ogni cambiatore tenga sopra la sua cassa o il suo banco la pietra di Lidia per saggiare l’oro e l’argento, sotto pena di venti soldi per ogni volta [che ne sia trovato sprovvisto]) e quello dell’Arte del Cambio di Perugia (1377) “Item, ordinamus quod nullus campsor vel laborator dicte artis audeat uti lapide probatorio falso, vel per fraudem liniat ipsum oleo vel alia re ad celandum verum colorem auri” (Inoltre, ordiniamo che nessun cambiatore o lavoratore di detta arte osi utilizzare una pietra di paragone falsa, o che per frode la sporchi con olio o altra sostanza per celare il vero colore dell’oro).
Anche il celebre “Livre des Métiers” di Étienne Boileau (1268) così come il decreto di Edoardo I d’Inghilterra del 1300, da cui ebbe inizio il sistema britannico di “hallmarking”, prevedevano che l’oro dovesse essere alla “Tuche de Parys”, indicando, implicitamente, la “pietra di paragone” quale metodo di verifica del titolo.
Anche un trattato islamico sulla Zecca del Cairo, dell’inizio XIII secolo, descrive l’uso della pietra di paragone e un set di aghi con la variazione di 1/24 (ovvero un carato) a partire da 6 carati: “Si prende un mithqāl (unità di misura di massa utilizzata nel mondo arabo-persiano prevalentemente per i metalli preziosi, equivalente a 4.68 grammi – nda) meno un carato di oro puro e si lega con un carato di argento. È contrassegnato con ventitré carati. Poi ventidue carati di oro puro vengono legati con due carati d’argento, quindi contrassegnato come ventidue carati. E così via, diminuendo, carato per carato, l’oro e aumentando l’argento. Il risultato è un set di standard fino allo standard rubāʿiy (nella numerologia pitagorica equivale a 6 –nda)”. “Qualora si abbia oro a titolo ignoto, è possibile testarlo sulla pietra con gli standard menzionati prima. Il colore del segno lasciato, dopo essere stato reso acido, assomiglierà a quello di uno degli standard noti, realizzati secondo la corretta procedura. Potrebbe forse esserci del rame nella massa; in questo caso il segno lasciato sulla pietra di paragone avrà un colore rossastro. Verrà rimosso nel test; se persiste ancora il colore cambierà, diventando nero o di qualche altro colore in base alla quantità di rame che contiene”.
Questo testo, come visto, fa già riferimento all’utilizzo di miscele acide per migliorare i risultati della prova.
In Occidente, alla fine del XV secolo, dopo l’introduzione della stampa, vennero pubblicati i primi manuali che descrivevano la procedura della “tocca”, fornivano istruzioni per la realizzazione delle miscele acide e descrizioni degli aghi. Tra questi il “De Re Metallica” di Georg Agricola (1556) o “Quilatador de oro, plata y piedras” di Juan de Arfe y Villafañe (1572).
Nella prima metà del Seicento si iniziarono ad usare l’acido nitrico (allora chiamato aqua fortis) e l’aqua regia. Circa 150 anni dopo furono formulate soluzioni acide di prova specifiche per i diversi titoli dell’oro, di cui troviamo un primo riferimento nel “Manuel de l’Essayeur” (1799) del chimico francese Louis Nicolas Vauquelin.
Ancora la legge 5 febbraio 1934, n. 305, recante “Disciplina dei titoli dei metalli preziosi”, in vigore nel nostro Paese fino al 1972, prevedeva quale metodo ufficiale di analisi la “pietra di paragone” (art. 14).
Tutt’oggi la “tocca” è largamente utilizzata quale processo di screening, ad esempio è espressamente prevista, a tal fine, dalla Convenzione sul Controllo e la Marchiatura degli Articoli in Metalli Preziosi.
Un saggiatore esperto, utilizzando i materiali più appropriati, riesce a determinare il titolo con uno scarto di ± 5‰ rispetto il risultato della coppellazione.









